La cifra da mettere da parte per la pensione si stima partendo da quello che l'INPS verserà, non da zero. Quattro numeri bastano per arrivare a un ordine di grandezza da aggiornare negli anni.
«Per la pensione servono almeno mezzo milione.» È una cifra che circola nelle conversazioni fra colleghi e che molte persone portano con sé per anni, senza averla mai ricostruita. Di solito nasce da un conto fatto da zero: le spese di un anno moltiplicate per gli anni di pensione, come se la pensione pubblica non esistesse.
Il gap previdenziale è la differenza fra le spese che si prevede di sostenere in pensione e le entrate che si prevede di avere, a partire dalla pensione pubblica attesa. Si stima quindi dalla pensione che l’INPS proietta, non da zero: in molti casi la cifra da coprire risulta molto più bassa di quella che si ha in testa, e soprattutto diventa una cifra con un metodo dietro, che si può aggiornare.
Supponiamo una persona che oggi guadagna 2.200 euro netti al mese e prevede di spendere in pensione 1.800 euro al mese, sempre in euro di oggi. Con il conto da zero, 1.800 euro per dodici mesi per venticinque anni fanno 540.000 euro. È il numero che spaventa, e che spesso porta a rinviare ogni decisione.
Nel conto dalla pensione attesa entra un dato in più: la simulazione INPS, che per questa persona ipotizziamo indichi 1.500 euro netti al mese. Il gap mensile scende a 300 euro, cioè 3.600 euro l’anno. Per venticinque anni di pensione, con rendimento reale netto nullo e prelievi costanti in potere d’acquisto, il capitale da costruire è di 90.000 euro.
| Metodo | Calcolo illustrativo | Capitale da costruire |
|---|---|---|
| Da zero | 1.800 € × 12 mesi × 25 anni | 540.000 € |
| Dalla pensione attesa | (1.800 € − 1.500 €) × 12 mesi × 25 anni | 90.000 € |
Le cifre sono illustrative: la pensione attesa di 1.500 euro è un’ipotesi di esempio, non la proiezione per una categoria di lavoratori, e i venticinque anni sono una durata di riferimento. Il confronto serve a mostrare che la base di partenza decide l’ordine di grandezza, prima di ogni scelta sugli strumenti.
Il primo è la pensione attesa. Il servizio INPS «La mia pensione futura» elabora una simulazione dai contributi registrati, con le ipotesi dichiarate nel servizio stesso. Prima di leggere l’importo finale vanno controllati i contributi accreditati: periodi mancanti, lavori all’estero o contributi in gestioni diverse cambiano il risultato. Quanto una pensione pesi rispetto all’ultimo reddito è il tasso di sostituzione: qui serve l’importo, non il rapporto.
Il secondo sono le spese previste in pensione, in euro di oggi. Alcune voci si riducono (un mutuo concluso, i costi del lavoro), altre crescono (salute, assistenza, tempo libero). Chi parte dalle spese attuali senza rivederle sta usando un numero comodo, non un numero suo.
Il terzo sono gli anni di copertura, cioè quanto a lungo il gap va finanziato. Secondo le tavole di mortalità ISTAT del 2024, a 67 anni restano in media 19,6 anni di vita: 18,2 per gli uomini, 21,0 per le donne. I venticinque anni dell’esempio sono quindi una durata prudente, sopra la media, non una media. Una durata prudente costa di più oggi; una durata ottimista scarica il problema sugli ultimi anni.
Il quarto è il tempo che manca all’uscita dal lavoro: decide la quota mensile. Nell’esempio, chi ha venticinque anni di lavoro davanti dovrebbe accantonare circa 300 euro al mese per arrivare ai 90.000 euro, sempre con rendimento reale netto nullo: la stessa cifra che poi preleverà, perché gli anni di accumulo e di prelievo coincidono. Con dieci anni di lavoro davanti la quota mensile sale a 750 euro.
Il primo errore è mescolare importi lordi e netti: la simulazione INPS e la busta paga vanno letti sulla stessa base. Il secondo è confrontare spese di oggi con una pensione nominale fra vent’anni: gli importi devono avere lo stesso potere d’acquisto, e per questo l’esempio ragiona in euro di oggi e con rendimento reale, cioè al netto dell’inflazione.
Il terzo errore riguarda la carriera. Un’interruzione, un passaggio da dipendente ad autonomo, un reddito che cresce molto negli ultimi anni cambiano sia la pensione attesa sia la capacità di risparmio. Per questo il gap non è un numero da calcolare una volta: va ricalcolato quando cambia una di queste condizioni, e comunque ogni due o tre anni.
Le proiezioni della Ragioneria Generale dello Stato (Rapporto n. 27, luglio 2026, scenario base, 38 anni di contributi) stimano per un dipendente privato un tasso di sostituzione lordo del 72% per chi esce nel 2030 e del 60% per chi uscirà nel 2050; al netto di contributi e imposte, 77% e 66%. Sono proiezioni su un lavoratore tipo, non la pensione di nessuno in particolare: per questo il conto parte dalla simulazione INPS, non da una percentuale.
I 90.000 euro dell’esempio assumono che il capitale, durante gli anni di pensione, mantenga il suo valore reale e nulla di più. È un riferimento prudente, non una previsione. Se si ipotizzano rendimenti reali positivi il capitale necessario scende, ma cresce la dipendenza da risultati futuri che nessuno può garantire; durante i prelievi conta anche l’ordine in cui i rendimenti arrivano, perché una vendita dopo un ribasso riduce la parte che parteciperà al recupero.
Una stima presentata con un solo numero trasmette una precisione che il problema non ha. È più utile tenere due scenari, uno prudente e uno con rendimenti moderati, e leggere la differenza fra i due come la misura di quanto si sta affidando al mercato.
La pensione integrativa è una delle risorse, non l’unica. Il TFR, se destinato a una forma di previdenza complementare, contribuisce al capitale senza passare dal risparmio mensile; i versamenti volontari al fondo pensione riducono il reddito imponibile entro i limiti di legge, quindi costano meno di quanto entra nel fondo. Ne parliamo in fondo pensione: vantaggi fiscali, contributi e vincoli e in TFR in azienda o nel fondo pensione.
Le altre parti del patrimonio contano allo stesso modo: un immobile affittato, un portafoglio già costruito, la liquidazione di un’attività. Il gap dice quanto serve; la scelta di come coprirlo dipende dai vincoli di ciascuna risorsa (quando è disponibile, come è tassata, quanto costa) e va fatta guardando il patrimonio intero, non il singolo strumento.
Possiamo misurare il tuo gap dalla simulazione INPS e dalle spese che prevedi, in euro l’anno e in capitale da costruire. Confronteremo poi TFR, versamenti volontari e altre risorse sui tempi di disponibilità e sul costo effettivo, e fisseremo quando rifare il conto.
È la differenza fra le entrate che si prevede di avere in pensione, a partire dalla pensione pubblica stimata, e le spese che si prevede di sostenere in quel periodo. Si misura prima come importo annuo (nell'esempio dell'articolo 3.600 euro l'anno) e poi come capitale da costruire per coprirlo per gli anni di pensione (90.000 euro per venticinque anni, con rendimento reale netto nullo: cifre illustrative).
Servono quattro numeri: la pensione attesa, presa dalla simulazione INPS «La mia pensione futura» dopo aver controllato i contributi registrati; le spese previste in pensione, con lo stesso potere d'acquisto; gli anni di pensione da coprire; il tempo che manca all'uscita. Gap annuo = spese previste meno pensione attesa; capitale = gap annuo per gli anni di copertura. Il risultato va aggiornato quando cambiano reddito, carriera o spese.
Dipende dal gap, non da una cifra uguale per tutti. Chi calcola da zero, come se la pensione pubblica non esistesse, arriva a importi molto più alti del necessario: nell'esempio dell'articolo 540.000 euro contro 90.000. La previdenza complementare è una delle risorse con cui coprire il gap, insieme al TFR e alle altre parti del patrimonio; benefici fiscali, costi e vincoli vanno valutati sul proprio caso.
Il versamento si ricava dal capitale da costruire e dagli anni disponibili. Nell'esempio, 90.000 euro in venticinque anni con rendimento reale netto nullo richiedono circa 300 euro al mese; con meno anni la quota mensile sale, con rendimenti positivi può scendere ma dipende da risultati non garantiti. Il limite di deduzione fiscale e l'eventuale contributo del datore cambiano il costo effettivo del versamento: il conto va fatto sulla propria posizione.

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